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  baghdadcafe Appunti e spunti di PINO SCACCIA
 
Diario
 


 

"Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verita'"


 

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27 novembre 2006

Solo una vendetta



La condanna a morte di Saddam




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14 settembre 2006

Good morning, Iraq

Nassiryia (Iraq) - Il benvenuto è un allarme. Tutti con il giubbotto antiproproiettile e al sicuro. Fonti di intelligence segnalano la possibilità dell'arrivo di un razzo. Li sparano anche da quindici chilometri, ci dicono al campo. Con il fido Norberto siamo tornati dunque in Iraq.



Stamattina siamo usciti dal campo, ben scortati, per andare ai vari comandi locali. Ho conosciuti i grandi capi dell'area: il generale che comanda l'esercito irakeno e il capo della polizia della provincia di Nassiryia. Abbracci, grandi parole per gli italiani che gli hanno insegnato tutto. "Sì, siamo pronti ad andare avanti da soli adesso" ci hanno detto, anche se di fatto i nostri soldati non li abbandoneranno di botto ma staranno alle spalle per un certo periodo.Ci sono speranze di crescita anche perchè c'è un'autentica corsa fra i giovani irakeni ad arruolarsi. C'è la fila per dare un contributo al proprio Paese ma, onestamente, soprattutto per trovare un posto di lavoro in questo Paese ancora poverissimo. Decine di migliaia gli aspiranti, ma la selezione è durissima e al massimo saranno assunti diecimila militari, dai diciotto ai trent'anni. Oggi toccava alla classe 1982. Fra le prove anche quella diciamo culturale: devono insomma almeno saper leggere e scrivere e da queste parti non è proprio scontato. Curioso anche un altro impegno: devono giurare sul Corano di non essere raccomandati. Penso all'Italia, alle mani mozzate. Se da noi fosse usato lo stesso metodo, diventeremmo un popolo di monchi.



La chiamano semplicemente la cerimonia, cioè il giorno del passaggio delle consegne dal contingente italiano alle forze armate irakene. La data ancora è riservata ma il momento che di fatto segna la conclusione della missione Antica Babilonia è ormai prossimo.In questi giorni il nostro comandante generale De Pascale sta intensificando i rapporti con le autorità locali. A Camp Ur assistiamo a un vertice dell’esercito irakeno. Incontriamo il generale Saad Alehrbia, comandante della terza brigata. “Siamo pronti a raccogliere l’eredità, la grande eredità lasciataci dagli italiani – ci dice -. Adesso siamo pronti a governare il Paese anche se la situazione è ancora difficile ma soltanto grazie all’insegnamenti e alle dotazioni forniteci dagli italiani siamo in grado dopo piu di tre anni di fare da soli. La loro esperienza sarà decisiva”. Non si nasconde le difficoltà anche il capo della polizia della regione di Nassiryia, generale Abdul Tamir: “Il cammino verso la stabilizzazione dell’Iraq è ancora lungo ma abbiamo fiducia. Qui la situazione è sotto controllo ma non lo è ancora nel resto del Paese”. Proprio stamattina l’ennesimo attentato, a Baghdad, contro le reclute: 14 morti fra i giovani che avevano deciso di arruolarsi. E’ l’ultimo tentativo dei terroristi di interrompere la voglia dei giovani di contribuire alla rinascita dell’Iraq. Insomma, alla pace.




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8 luglio 2006

La guerra da vicino

Ci sono pezzi fastidiosi da scrivere. La storia di Betulla, già. Non entro nel merito perché non sono abituato a dare giudizi sui colleghi: chi deve farlo prenderà sicuramente la decisione giusta. Faccio talmente da tanti anni il cronista che neppure sono una verginella e conosco bene, anche da vicino, i rapporti con i servizi segreti. Diciamo che c’è una bella differenza per un giornalista fra ottenere informazioni e darle (specie se a pagamento), ma è un discorso che magari faremo un’altra volta. Quel che mi preme adesso, e mi procura fastidio appunto, è di occuparmi di quel Farina che massacrò letteralmente Enzo Baldoni appena rapito (sapete com’è, stavamo insieme e capirà l’esimio collega se la prendo come un fatto personale). Con la famiglia in ansia ebbe la spudoratezza di beffeggiarlo ipotizzando anche un autorapimento. Al di là del buongusto suonano strane oggi le sue parole di allora: "Gli esperti dell'intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull'orlo dell'abisso. Non appaiono intorno all'italiano uomini armati e mascherati. Potrebbeessere una recita". Sapete, adesso che sappiamo dei rapporti con gli esperti dell’intelligence atlantica viene quasi da ridere. (Inciso indispensabile: Farina ha ammesso pubblicamente su Libero di aver collaborato con il Sismi, anzi lo rivendica). Lo stesso signor vicedirettore si rifarà però abbondantemente una settimana dopo descrivendo nei particolari, solo lui, il barbaro assassinio di Enzo. Oh, non da giornalista ma da uomo magari gli sarebbe potuto anche sfuggire un piccolissimo rimorso per quelle parole ingiuste, ma niente, cronista tutto d’un pezzo. Neppure una lacrima. Eppure nella lettera al direttore di stamattina vuol far vedere di possedere un’anima. L’attacco è una perla e suscita molte riflessioni. Testuale: “Quando è cominciata la quarta guerra mondiale, quella scatenata da Osama Bin Laden in nome dell'islam contro l'Occidente crociato ed ebreo, ero animato da propositi eroici. (…) La mia ambizione è sempre stata inconsciamente quella di Karol Wojtyla: lui morire nei viaggi, io sul fronte, magari in Iraq o in Qatar. Sono immodesto anche nel paragone. Vanità e protagonismo della mutua, incoscienza, ma credendoci, buttandomi tutto. Sapevi già delle mie avventure in Serbia sul filo del rischio, convinto di riuscire a raccontare meglio le cose se però risolvevo anche i problemi del mondo. Hai sempre cercato di farmi ragionare, di trattenermi. Poi di solito ti arrendi tu: non riesco a concepire altro modo di fare il giornalista. Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto”. Vogliamo cominciare con l’accostamento al Papa? Oppure dalla confusione sui teatri di guerra? In Iraq si può morire, anzi si muore, tanti reporter sono morti perché ci sono andati. In Qatar no, al massimo si può morire di noia come mi hanno raccontato molti colleghi costretti a passare mesi nel paradiso di Doha. Ma ecco la perla delle perle:  “Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla”. Di quando era andato VICINO all’Iraq. Avete capito, è andato vicino all’Iraq. Ma che atto eroico. Vicino. Gente come noi, e siamo tanti, che DENTRO l’Iraq c’e’ stata per mesi e si è trovata fisicamente tra due fuochi, quello aberrante dei terroristi islamici e quello dell’arroganza americana, che cos’è? Altro che eroi, siamo martiri di questa professione. Pensate, siamo andati là a raccontare quello che succedeva. Non vicino, dentro. A capire non attraverso una telefonata a via a Nazionale, ma con l’ardire di guardare con i propri occhi. Noi giornalisti professionisti e magari qualche freelance curioso e coraggioso come Enzo che addirittura ci va gratis. Pensate, noi due quel giorno che andiamo a Najaf per vedere da vicino perché un giovane pazzo furioso come al Sadr aveva deciso di fare la guerra a tutto e a tutti. Sentirsi una bomba sotto il sederino, tremare insieme in una stradina cieca per le cannonate. Sul filo del rischio... Finalmente forse ho capito quel pezzaccio di Farina contro Enzo. Invidia, semplicemente invidia. Perché per andare lì, e non prometterlo a parole, ci vogliono le palle. Solo le palle.




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17 giugno 2006

Diario da Teheran

La prima notizia è che è più facile collegarsi qui che da Bari, dove stavo due notti fa. Ho il modem in camera, tutto gratis, nessuna limitazione, vado in giro come mi pare per il web. Scrivo al volo, ancora frastornato dal sonno, solo per rifarmi vivo con la tribù. Sto qui da poche ore ma gli spunti sono già tanti. L'Iran resta uno dei Paesi in assoluto più intriganti per un cronista che vuole capire dove va il mondo. Una realtà importante che sta di fronte a un bivio. Un pò mi sento al fronte e un pò a casa. Non che, insomma, sia tutto agevole. Per esempio per un giornalista televisivo non è così facile lavorare. Ci vogliono permessi su permessi, ma in fondo è capitato anche a New York dove sono stato nove ore in fila per essere accreditato ai tempi delle Torri Gemelle. Diciamo che l'handicap vero qui è la burocrazia, allucinante, ma noto l'intenzione specie da parte dei giovani di liberarsi di un peso. Paese di paradossi odiano gli Stati Uniti ma la moneta ufficiale è il dollaro, le sigarette preferite le Marlboro e la bevanda, naturalmente, la Coca Cola. Il problema vero è l'economia che va risanata,ma mi pare che pure questo sia un discorso comune. Altro paradosso è la voglia di immagine: da una parte vogliono rimirarsi all'estero, dall'altra ci sono le sparate devastanti. Oggi ho vissuto con loro il dolore, autentico, della sconfitta ai mondiali con il Portogallo. Anche il calcio puàò essere un passaporto, ma non è andata bene. Finisco queste note schizofreniche, istintive, con un'immagine che ho dentro. La piscina. Sotto la mia camera ho la vista di una piscina stupenda ma desolatamente vuota. Appena scarico le foto ve la faccio vedere. Mi è tornata alla mente quella del "Palestine", i discorsi con Enzo su questa strana vita da zingari. Ne parlavamo in Iraq e c'era lo stesso caldo asfissiante, c'era anche lì Norberto, come qui. Purtroppo però manca Enzo. Mi mancano i suoi occhi, ma non mi mancano le granate che ci piovevano in testa. Quando dall'aereo, scortato da due caccia, ho visto Teheran dall'alto quella distesa di luci mi ha ricordato, con terrore,  i lampi di guerra su Baghdad. Mai più, per nessuna ragione, voglio altri lutti e altre rovine.




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7 marzo 2006

Sequestri e bambini

Tecnicamente l’ultimo rapimento “classico”, cioè compiuto dall’anonima sequestri,  è quello di Alessandra Sgarella, 266 giorni di prigionia in Calabria, riscatto pagato pare addirittura sette miliardi. Otto anni fa, nel 1998. Per gli investigatori è quella la data ufficiale della fine del fenomeno (in Sardegna finì l’anno prima con il rapimento  di Silvia Melis) , ma la piaga dei sequestri non si è certo conclusa.  A tal punto che addirittura secondo la Corte di Cassazione, che cita i casi ufficiali, sono tuttora almeno duecento l’anno i cosiddetti sequestri lampo. Durano in genere poche ore, al massimo un giorno e la cifra pagata non è mai molto alta, intorno ai 50 mila euro. Quasi mai sono denunciati e quindi il nuovo fenomeno potrebbe essere molto più grave di quello che dicono le statistiche. Lo ammettono gli stessi magistrati: non sono denunciati per la rapidità dell’evento ma soprattutto per paura. Sconfitte dallo Stato le grandi organizzazioni criminali, anche perché rivoltesi verso il più redditizio, scellerato mercato della droga, protagoniste sono ora le nuove bande, pochi ma feroci balordi provenienti principalmente dagli ambienti extracomunitari.

Non sono ben chiari ancora i contorni che circondano la drammatica vicenda del piccolo Tommaso, ma certo non è il primo bambino nella storia dei sequestri a scopo di estorsione. Il primo kidnapping della storia, o comunque il piu’ clamoroso, avvenne negli Stati Uniti, il primo marzo del 1932. Nel New Jersey fu rapito dalla culla Charles jr. Lindbergh detto “baby” di soli dieci mesi. Due mesi e mezzo dopo, il 13 maggio, due camionisti scoprono il cadaverino in un bosco. Eppure per quel bimbetto erano stati pagati ben 50 mila dollari, cifra record per allora. Quattro anni piu’ tardi per quel delitto orribile fu arrestato nel Bronx un certo Richard Hauptmann, probabilmente solo un intermediario, finito sulla sedia elettrica. Anche in Italia sono stati numerosi i bambini rapiti e alcune storie sono finite altrettante tragicamente: Wanda Serra di dieci anni nel 1925 e Maria Molotzu di sette anni nel 1933. Su un totale nel nostro Paese di un migliaio di sequestri dal dopoguerra ad oggi, il dieci per cento è rappresentato dei minori, alcuni addirittura più piccoli di Tommaso. Come Francesco Fabio Misti, di appena sette mesi, figlio di un gioielliere romano, rapito per due giorni nel 1975. E poi Vincenzo Guida di dodici mesi nel 1976, riscatto 250 milioni di allora. E ancora Elena Luisi di quindici mesi nel 1983,  liberata dalla polizia.  Dicono che il sequestro sia il delitto più abietto, perché fa leva sui sentimenti. Sfruttare i bambini è addirittura da belve.




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7 marzo 2006

I soliti muscoli

Fonti ufficiali irachene dichiarano che il comando militare Usa avrebbe ritardato volontariamente il rilascio delle donne irachene prigioniere, per mostrarsi irremovibile nei confronti dei rapitori della giornalista Jill Carroll. Detenute per mancanza di prove. Jill Carroll è la giornalista statunitense del “Chistian Science Monitor”, sequestrata il 7 gennaio a Baghdad I suoi rapitori, militanti del gruppo chiamato “Brigate della Vendetta”, chiedevano in cambio del suo rilascio la liberazione di tutte le donne irachene detenute nelle carceri Usa in Iraq entro il 20 gennaio. Al momento della diffusione del video, sei donne irachene attendevano di essere scarcerate perché già giudicate innocenti. Ma la loro liberazione è stata impedita dagli ufficiali Usa, che hanno messo a rischio la vita della giornalista per mostrare i muscoli coi terroristi. La vicenda è  tuttora causa di aspri disaccordi tra il comando Usa e le autorità irachene.  PeaceReporter E intanto Jill è sempre sequestrata. Magari sarà uccisa.




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23 febbraio 2006

Povera Ilaria

Ilaria Alpi, giornalista del Tg3, e l'operatore televisivo Miran Hrovatin, furono uccisi il 20 marzo 1994 a Mogadiscio per un tentativo di sequestro finito male. Lo ha stabilito la Commissione di inchiesta presieduta da Carlo Taormina. La Commissione trasmettera' gli atti raccolti alla Procura generale di Perugia per la revisione della condanna passata in giudicato di Hashi Omar Hassan, l'unica persona arrestata fino ad oggi per questa vicenda.  In un documento consegnato al pm Franco Ionta, titolare di una inchiesta stralcio, ancora contro ignoti, l'avvocato Domenico D'Amati, legale della famiglia della giornalista, prende decisamente le distanze dalla conclusioni cui e' giunta la Commissione per sottolineare come i lavori dell'organismo parlamentare "hanno risentito dell'indirizzo prescelto da Taormina il quale ha sposato, senza riserve la tesi, sostenuta dall'imprenditore Giancarlo Marocchino. Il presidente Taormina si e' avvalso largamente, nelle indagini, della collaborazione dello stesso Marocchino, utilizzando, tra l'altro, informatori da lui indicati. Una tesi disattesa dalla corte d'assise di Roma per la sua manifesta illogicita' e contraddetta anche dai risultati dell'ultima perizia balistica, secondo cui contro i due giornalisti furono esplosi dieci colpi di kalashnikov da una persona distante cinque metri". Il caso  IlariaAlpi.it




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23 febbraio 2006

Quell'ambulanza colpita

  

"Un addetto del Direttorato della Salute ci prese e ci portò ad intervistare l'autista, Sabah Khazal Kareem, nella sua casa di Nassiriya. Lui fu sorpreso del fatto che un giornalista occidentale mostrasse interesse per quella storia. Essendo sopravvissuto con ferite non gravi alle gambe, era amareggiato per quel che era successo. La sua era stata la prima ambulanza giunta sulla scena per soccorrere i sopravvissuti all'attacco al quartier generale italiano del novembre passato, facendo cinque viaggi all'ospedale con soldati italiani feriti. Si considerava un amico degli italiani. Per una sorprendente coincidenza, era lui il celebre autista che aveva soccorso Jessica Lynch, sempre nell'ambulanza numero dodici, trasportandola dal Mukhabarat, la sede della polizia segreta irachena, all'ospedale di Nassiriya. Ci mostrò molte lettere di ringraziamento del pfc (private first class - caporale scelto) Lynch, che aveva ricevuto per il suo buon lavoro. [...] Amir ed io ci diriggemmo verso Nassiriya per intervistare il direttore dell'ospedale, ma lui non era in sede. Invece il capo della sorveglianza dell'ospedale ci condusse a riprendere i corpi dei componenti della famiglia che era stata sterminata. Erano conservati in un locale frigorifero dietro l'ospedale. In Islam si usa seppellire il morto entro ventiquattrore, ma dal momento che l'intera famiglia era stata sterminata, l'ospedale aveva difficoltà a rintracciare un parente che reclamasse i corpi. Mi coprii la bocca con un fazzoletto e tentai varie volte di effettuare la ripresa all'interno del locale frigorifero. Il fetore era così violento che potevo girare solo pochi secondi alla volta. I corpi avevano subito severe ustioni, un ammasso scuro di carne carbonizzata e maciullata avvolta dagli indumenti [...] «Il baby», disse la guardia in inglese, indicando qualcosa [...] Il direttore dell'ospedale incappò in noi mentre attraversavamo il cortile. tirò Amir [ndr l'interprete di Micah Garen] da parte e gli parlò con aria servera, in arabo. Amir si dette da fare per placarlo, e lui ritornò al suo ufficio in nostra compagnia. «E' tutto a posto», mi rassicurò Amir. E poi a voce bassa continuò: «Dice che saremmo dovuti passare da lui, prima di riprendere i corpi. Non vuole grattacapi di alcun tipo. Non vuole guastare le sue relazioni con gli italiani»." Sono solo alcuni brevi passi del libro "American Hostage" di Micah Garen e Marie-Hélène Carleton, Ed. Simon & Schuster, New York 2006, pubblicati sul Manifesto di oggi, pag. 11). Nelle foto, scattate da Micah Garen e tratte dal libro originale, vediamo i resti dell'ambulanza e l'autista Sabah Khazal Kareem che mostra una lettera di ringraziamento di Jessica Lynch. Pipistro




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23 febbraio 2006

Il fantasma di Abu Ghraib

 Il prigioniero incappucciato, con le braccia aperte  legate ai fili della corrente, una delle foto-simbolo delle violenze di Abu Ghraib, ha un nome e un volto. Si chiama Ali Shalal el Kaissi, ha 42 anni,  ed è stato arrestato nell’ ottobre 2003 a Bagdhad  con l'accusa di far parte della guerriglia.  Ali, studioso e insegnante di religione era un "Mokhtar", un'autorità amministrativa e religiosa in uno dei distretti di Bagdhad. Dopo essere stato rilasciato aveva denunciato le torture subite alle autorità irachene, ma nessuno gli aveva creduto perchè le foto dell’ orrore dovevano essere  ancora pubblicate. Doveva venire nel nostro Paese  a raccontare la sua storia ma il nostro consolato gli ha negato il visto. Ha parlato con l'inviato di Rainews24. E ha parlato anche di contractors italiani ingaggiati dagli americani per le torture. Ma attenzione. La torre di Babele




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17 gennaio 2006

L'orso non corre più

E' stato giustiziato nella prigione di San Quintino, in California, Clarence Ray Allen, il 76enne malato per il quale si era mobilitata l'opinione pubblica non solo americana. L'annuncio dell'esecuzione è stato dato dalle autorità giudiziarie, Allen è stato ucciso con un'iniezione letale. Allen, cieco, cardiopatico e ridotto su una sedia a rotelle, aveva compiuto ieri gli anni. Indiano cherokee, il suo nome da pellerossa era "Orso che corre". Era stato condannato a morte nel 1982 per aveva organizzato dal carcere un triplice omicidio a Fresno nel 1980. L'uomo, già condannato per l'omicidio del figlio della sua fidanzata, aveva offerto 25mila dollari a un compagno di cella, Bill Ray Hamilton, perché, una volta scarcerato, uccidesse i testimoni di quel delitto, in vista di un nuovo processo. Hamilton, ora in attesa dell'esecuzione nel braccio della morte, uccise un testimone e due passanti. Il governatore della California, Arnold Schwarzenegger, aveva rifiutato venerdì scorso di accordargli la grazia, decretando di fatto l'esecuzione del più vecchio condannato a morte della California. Il giustiziato più anziano è però John Nixon, di 77 anni, ucciso lo scorso dicembre. Gli avvocati di Allen si erano rivolti anche alla Corte Suprema americana, sottolineando l'età avanzata e le precarie condizioni di salute del condannato, ma senza risultati. Il caso di Allen ha sollevato molte polemiche e scosso l'opinione pubblica, come quello di Stanley "Tookie" William, giustiziato il mese scorso nonostante le richieste di grazia, visto il suo pentimento e impegno per la non violenza.




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